domenica 13 maggio 2012

13 maggio 2012

A più di una settimana dal debutto di VOYEUR OF MYSELF trovo finalmente il tempo per fare una riflessione.

Il 4 maggio, quando dalla mia postazione bendata ho cominciato a sentire il pubblico che si avvicinava, ho sentito condensarsi in un attimo tutto il lavoro, pensiero, sentimento, energia che avevo messo in questo progetto. Si concentrava tutto lì.

Questa performance, forse il progetto teatrale più importante in cui mi sia impegnato, è nato più di un anno fa, ma covava e ha comunque radici profonde in una ricerca che porto avanti da moltissimi anni, non solo in campo teatrale. Ma da 3 anni a questa parte, una serie di passaggi della mia vita hanno fatto maturare e crescere e materializzare in me l’esigenza di esternare con urgenza i temi che dominano questo lavoro.

Forse qualcuno avrà avuto l’occasione di leggere i presupposti di questo progetto e i contenuti che ho cercato di sviluppare attraverso la messinscena. Per questo mi vorrei concentrare in quello che ho vissuto, ciò che ho percepito nell’attuazione concreta di ciò.

Innanzitutto, vorrei riportare la citazione di Grotowskij che ho inserito nelle presentazioni.
“L’attore non dovrebbe servirsi del suo organismo per illustrare un movimento dell’anima, egli dovrebbe compiere questo movimento con il suo organismo”.
Sarei molto contento di sapere da chi ha visto la performance se questo intento è stato raggiunto o almeno avvicinato. In alcuni casi qualcuno mi ha fatto intendere che forse è accaduto.
E questa citazione che ho voluto che severamente incombesse su di me è molto importante per un evento performativo che va a esplicitare temi così personali con possibilità di condivisione universale.

Quello che posso dire è che le azioni sono nate tutte da reali sensazioni fisico-emozionali percepite nella realtà e sperimentate nel corso della ricerca teatrale. Per questo ho scelto una direzione più performativa che attoriale.
Nel momento reale della performance ho capito che quello era comunque il modus giusto. Mi sono messo in una condizione per cui sarà difficile che possa instaurarsi un clichè ripetitivo.
La condizione in cui mi sono posto e messo in gioco era giusta.

Dal punto di vista delle azioni, il loro svilupparsi dallo stato iniziale e il modo di passare da una all’altra sono assolutamente concatenate. Come contenuto e come sensazione fisico-emotiva. Ogni passaggio ha il suo ruolo narrativo, ma, contemporaneamente, mi obbliga a vivere sezione per sezione del mio corpo: respiro, fatica, sudore, energia, piacere, ribrezzo.
Anche perché gli specchi, spietatamente rimandano tutto: dall’esitazione alla mossa vincente.

Dal punto di vista di vivere realmente quel momento, viste le tematiche relazionali del progetto, importantissimo è stato – FINALMENTE – il contatto con l’esterno, qualcosa di più che pubblico.
E quando dico contatto con l’esterno, fondante è il fatto che il pubblico non sia “di fronte”, ma tutto intorno, all’esterno di quella cerchia, quella barriera che segna solo materialmente il possibile contatto/distacco esistenziale col mondo circostante.
“Nessuna corda, nessun lucchetto impediscono il passaggio attraverso una barriera in cui io sono il mio nemico e il mio salvatore”

Perciò è stato molto interessante, diventando un plusvalore da approfondire, la scoperta, quando casuale, e l’esplorazione, quando voluta, del contatto con lo spettatore/guardone.
Sto cercando, e spero di scoprirlo nelle prossime repliche, quando e come il vissuto della performance è un atto solo mio sbirciato dagli altri e quando il gesto «esce» oltre una finestra, uno sfondo, un corridoio, una soglia per essere esplicitamente trasmessa al resto del mondo. Quando e come questo è giusto o solamente inevitabile e necessario; quando rischia di diventare un ammiccamento da avanspettacolo.

Questa relazione non dichiarata è stato un atto performativo essenziale in quanto nella drammatizzazione mi faceva comunque rivivere in diretta i temi sviluppati:
- Chi sono questi che mi stanno guardando? Che tipo di predisposizione hanno nel farlo? Vedono la storia, ma soprattutto il viso e il corpo di un personaggio, di un tale individuo; oppure identificano in Tony quella massa corporea, che io so di un certo tipo, che si muove o cerca di parlargli? -
“Come nella vita, dove in ogni istante si incontra qualcuno e, immediatamente, per prima cosa si cerca di capire se sarà dalla nostra parte, oppure no”.

La considerazione. Ho bisogno della considerazione degli altri, che spero positiva. E’ una realtà. Cerco di essere in me, in almeno qualcuno dei miei me. Possibilmente non essere completamente disperso, fuori. Ma il bisogno della considerazione degli altri esiste, giusto o sbagliato, viltà o naturalezza del debole uomo.
Anche adesso, mentre spero che qualcuno voglia interessarsi a queste righe.

Scrivo a tutti. Chi non conosce il progetto me lo può richiedere via mail:
                                                                                             foto Bruno Panebarco

2 commenti:

  1. Una volta ho letto che il malinteso si annida quando nasce una relazione tra due individui. Spesso quando si instaura una relazione l’obiettivo non è quello di trasmettere un messaggio ma piuttosto camuffare, celare, ipotizzare, tenere nell’ambiguità. Questo ci porta a sostenere l’ipotesi per cui il linguaggio non sia lo strumento della comunicazione, bensì lo strumento del malinteso. Alcuni hanno definito il malinteso proprio come un vero difetto di comunicazione....ma ne siamo sicuri?.....Se parto da questa riflessione mi viene da pensare che ogni forma di comunicazione è un malinteso, ognuno interpreta, osserva immagazzina in base ad un proprio vissuto, a ciò che vuole e/o non vuole vedere e allora?.....è proprio attraverso il malinteso forse che nascono le relazioni? i rapporti con gli altri sono interessanti quando c'è quel malinteso che ci porta a scavare a incuriosirci, a stupirci e a osservare.....Ho visto la tua performance è mi è arrivato un malinteso interessante! Grazie

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    1. ciao Afrodite, grazie del contributo. Mi hai dato ancora un altro punto di vista che non avevo considerato. Ci penserò su. Purtroppo dalla tua foto mezza leonesca non riesco a capire chi fossi tra gli spettatori. Pazienza...

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